La FotoCosa del Giorno | Weegee the Famous

FotoCose | la FotoCosa del giorno

Il 23 settembre del 1930 Johannes Ostermeier depositava il brevetto US1776637A per la lampada flash, innovazione gradita ai fotografi, perché andava a sostituire il pericoloso sistema a polvere di magnesio, che, oltre ad essere potenzialmente letale, era molto rumoroso e produceva un sacco di fumo. Fotografare senza dover generare delle piccole palle di fuoco fu un sollievo per i fotografi che in breve tempo decretarono il successo commerciale dell’invenzione di Ostermeier.

Nelle sue varie incarnazioni (polvere esplosiva, lampada flash e flash elettronico) il flash ha accompagnato la fotografia sin dalla fine del diciannovesimo secolo. Trascendendo i generi ha fatto luce su questioni sociali e ha reso scintillanti i volti delle modelle, ma è da sempre una delle tecniche più divisive e dibattute nell’armamentario del fotografo. Questo è vero soprattutto oggi che, con i sensori sensibilissimi alla luce e la disarmante facilità con la quale si può aprire un’ombra in post, il ventaglio delle situazioni in cui si può scegliere di non usarlo è più ampio che mai. Tanto che, eccettuati certi generi in cui la luce artificiale la fa da padrona, oramai la scelta di usare o meno il flash è dettata più da esigenze stilistiche che di ordine pratico.

Murder is my business

Chi invece proprio non aveva scelta riguardo all’uso del flash era il fotografo Arthur Felling, meglio noto col soprannome di Weegee the Famous, che, tra gli anni ’30 e ’40 del novecento, si trascinava appresso un’ingombrante Speed Graphic nelle notti newyorkesi. Col suo completo sgualcito andava a caccia di incidenti stradali o gangster morti da fotografare. E quando trovava ciò che cercava il suo flash faceva scintillare il metallo accartocciato o rivelava il sangue della vittima sparso sul marciapiede.

Murder is My Business fu il titolo della sua prima mostra, ed il suo soprannome, Weegee, non era altro che una traslitterazione di Ouija (la tavoletta con le lettere stampate usata per comunicare con gli spiriti). Se lo era guadagnato perché era sempre il primo ad arrivare sul luogo di un omicidio, tanto che i colleghi sospettavano che avesse una qualche capacità medianica, credenza che lui stesso alimentava, sostenendo di sentire un prurito al gomito ogni volta che qualcuno veniva ammazzato.

Questa era la storia che lui propagandava, ma pare che la genesi del suo nomigliolo fosse molto meno affascinante e derivasse dalla mansione che svolgeva nella camera oscura del New York Times, quando era una Squeegee Boy, cioè il tizio che asciuga i negativi (da squeegee, una sorta di piccolo lavavetri usato per rimuovere l’acqua dalle pellicole appena sviluppate).

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Fotografo

Dal 2009 si divide tra fotografia di matrimonio e documentaria. Come documentarista ha pubblicato su National Geographic Italia, L'Espresso e riviste minori. Come matrimonialista ha avuto l’opportunità di lavorare in Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera e Bermuda. http://www.francescorossifotografo.it/