La FotoCosa del Giorno | Haviv e la Tigre

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L’8 settembre del 1991 la Macedonia dichiara l’indipendenza dalla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, l’evento è parte del travagliato processo di dissoluzione della Jugoslavia che degenererà nella Guerra dei Balcani (di cui abbiamo parlato qui).

La Tigre Arkan

Željko Ražnatović è uno dei protagonisti della storia di oggi. Meglio noto come La Tigre Arkan, per gli ultra-nazionalisti serbi è stato un eroe, ma la storia ci dice che fu un rapinatore, un ladro, un sicario dei servizi segreti e, soprattutto, un criminale di guerra durante i conflitti in ex Jugoslavia.

Željko Ražnatović finisce per la prima volta in riformatorio a 14 anni, per aver rapinato due vecchiette. A 15 riesce a fuggire rifugiandosi a Parigi, dove porta avanti la sua carriera di rapinatore. Viene rimpatriato in Jugoslavia a 18 anni, dove dovrebbe scontare 3 anni di prigione.
Probabilmente è in questo periodo che viene reclutato dai servizi segreti, perché il suo garante per la libertà vigilata è niente meno che il ministro degli interni jugoslavo, capo dell’UBDA, la polizia segreta.

A 20 anni commette rapine in giro per l’Europa Occidentale. Arrestato due volte riesce a fuggire dai penitenziari di Francoforte e Basilea. Tracciando una mappa delle sue rapine in quel periodo, si nota una spaventosa coincidenza con le date e i luoghi in cui sono muoiono molti dissidenti jugoslavi in esilio.

Tornato a Belgrado, sono molti i mandati di cattura internazionali che pendono sulla sua testa, ma il governo Jugoslavo non concederà mai l’estradizione.

In questo periodo gira per le strade della capitale con una Cadillac rosa e si dedica al gioco d’azzardo e alla sua passione per il calcio, diventando capo degli ultras della Stella Rossa di Belgrado.

Proprio sui campi di calcio accade quello che da alcuni viene considerato come l’inizio ideale della serie di conflitti che nel decennio successivo insanguineranno i Balcani.
Il 13 Maggio del 1990 in Croazia si tiene una partita tra la Stella Rossa e la Dinamo Zagabria. Al termine dell’incontro scoppiano dei tumulti molto cruenti tra le tifoserie delle due squadre. Si sospetta che siano stati organizzati deliberatamente da Arkan.
L’esaspetata violenza dei disordini tradisce l’odio etnico che di lì a pochi mesi esploderà in modo inequivocabile, dopo la dichiarazione di indipendenza della Croazia dalla Jugoslavia.

Negli anni della guerra le Tigri di Arkan – il nome con cui è conosciuto il gruppo di miliziani fondati da Željko Ražnatović – si macchieranno di numerosi crimini di guerra: stupri di massa e uccisioni di civili inermi.
Le Tigri agiscono con il tacito assenso del presidente Jugoslavo Slobodan Milosevic e sono equipaggiati con le stesse armi usate dalla polizia serba.

Per gli ultra-nazionalisti serbi, Arkan è l’erede dei condottieri cristiano-ortodossi che si opponevano all’avanzata dell’impero ottomano, non per niente, durante la guerra di Bosnia, l’oggetto delle sue azioni di pulizia etnica sono i bosgnacchi (i bosniaci di etnia musulmana).

Ron Haviv Sfida la Tigre

La prima testimonianza delle azioni di pulizia etnica perpetrate dalle tigri ce la fornisce il fotografo statunitense Ron Haviv, che nel marzo del 1992 si trova al seguito delle forze internazionali di pace in Croazia.
Dopo aver sentito parlare delle violenze etniche che si stavano consumando nella vicina Bosnia, decide di andare nella cittadina bosniaca di Bijeljina per documentarle. Lì incontra Arkan e i suoi uomini.

Haviv e Arkan si erano conosciuti l’anno precedente a Zagabria, quando le tigri avevano preso parte agli scontri della guerra di Croazia.
In quell’occasione l’americano aveva fotografato il serbo, mentre, in piedi di fronte ad un carro armato, teneva un cuicciolo di tigre così come si tiene un gattino. Dietro di lui i suoi uomini a volto coperto stavano abbarbicati sul blindato ostentando le loro armi.

Haviv sapeva che Arkan aveva molto gradito quello scatto, e ne approfittò per chiedergli il permesso di seguire i suoi uomini durante le operazioni.

Durante il conflitto nei Balcani, scattai una fotografia del leader paramilitare serbo Arkan che teneva in braccio un cucciolo di tigre. Gli piacque molto, così quando lo incontrai, nel marzo 1992, gli chiesi se potevo fotografare le sue truppe mentre combattevano. “Certo”, Disse.
Più tardi, mentre seguivo alcuni dei suoi uomini sentii delle urla. Dall’altra parte della strada, stavano portando fuori una coppia di mezza età.
I soldati mi dissero di non fare fotografie quando, all’improvviso, sono risuonarono degli spari e l’uomo cadde.
La donna si accovacciò, tenendogli la mano e cercando di fermare il sangue.
Poi venne portata fuori la sorella, spararono altri colpi ed entrambe le donne caddero a terra.
Si trattava di civili disarmati.
Dovevo fare qualcosa, ma capivo che sarebbe stata la mia parola contro quella dei soldati, a meno che non fossi riuscito a ottenere una fotografia degli uomini di Arkan vicino alle vittime.
Così, mentre i soldati tornavano al quartier generale, mi attardai un momento e quando stavano passando vicino ai corpi, sollevai la mia macchina fotografica.
Ero in mezzo alla strada e tremavo. Quando hai appena ucciso qualcuno è come se fossi drogato: hai un sacco di adrenalina nel sangue. Perciò sarebbe stato molto facile per qualcuno di quei ragazzi spararmi e dire che erano stati i musulmani.

Proprio mentre stavo per scattare la foto uno dei soldati, un ragazzino sfacciato che stava fumando una sigaretta, portò indietro il piede per calciare i corpi che giacevano morti o morenti.

Scattai un paio di foto, poi posai la macchina fotografica. Tutti i soldati si voltarono e mi guardarono.
Sorrisi loro e ho dissi: “Fantastico. Andiamo.”

Ero davvero nervoso. Volevo lasciare la città prima che Arkan scoprisse cosa avevo fotografato, ma non potevo andarmene senza il suo permesso. Così nascosi un paio di rullini nella mia macchina e un paio nei pantaloni. Poi arrivò Arkan.

Dopo aver sentito quello che era successo, venne da me e disse: “Guarda, ho bisogno del tuo rullino”.

Opposi resistenza per proteggere la pellicola che avevo nella macchina fotografica, in modo che non pensasse che ne avessi altre.

Alla fine gli detti il rullino e lui mi lasciò andare. Corsi all’aeroporto e mandai a Parigi le foto che avevo nascosto.

Quella notte non dormii ero turbato dallo spettacolo a cui avevo assistito, ma sapevo di essere riuscito a documentarlo. Ero convinto che le mie foto potessero in qualche modo prevenire una guerra in Bosnia.

Quando furono pubblicate in tutto il mondo suscitarono un po’ di clamore, ma nulla di più. Non accadde quello che speravo.
Però alla fine della guerra quelle immagini furono usate dal tribunale per i crimini di guerra per incriminare Arkan.

Poche settimane dopo la pubblicazione delle immagini seppi che Arkan mi aveva inserito nella sua lista di morte, dichiarando pubblicamente che attendeva con ansia il giorno in cui avrebbe potuto bere il mio sangue.
Dopodiché, ho passato il resto della guerra sempre mancandolo per un soffio.
Durante il bombardamento Nato di Belgrado, un mio amico ha incontrato il ragazzo della foto. Mi ha riferito che ne andava molto fiero, perché lo aveva reso famoso.

Ron Haviv

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Fotografo

Dal 2009 si divide tra fotografia di matrimonio e documentaria. Come documentarista ha pubblicato su National Geographic Italia, L'Espresso e riviste minori. Come matrimonialista ha avuto l’opportunità di lavorare in Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera e Bermuda. http://www.francescorossifotografo.it/