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La Prima Guerra del Golfo

Il 27 Febbraio del 1991 il presidente americano Bush annuncia la liberazione del Kuwait e la fine della Prima Guerra del Golfo.

Il conflitto era iniziato il 2 Agosto dell’anno precedente, quando il rais iracheno Saddam Hussein invase il vicino Kuwait. La motivazione ufficiale era una vaga pretesa di comunanza etnica tra cittadini kuwaitiani ed iracheni, in virtù del comune passato sotto alla dominazione ottomana.

Ma, come chiunque abbia letto un libro di storia sa, le questioni identitarie sono spesso un pretesto per nascondere altro. Nella fattispecie, l’invasione del Kuwait era motivata dalla ricchezza dei suoi giacimenti petroliferi.

Lo Spettacolo della Guerra

L’atto iracheno scatenò l’immediata reazione dell’ONU, che impose sanzioni e lanciò un ultimatum per il ritiro delle truppe dal piccolo emirato, ma il rais Saddam Hussein si rifiutò di assecondare le richieste della comunità internazionale.
Fu la guerra, la prima del mondo globalizzato e interconnesso come lo conosciamo oggi. Fu un punto di svolta nella storia della comunicazione: per la prima volta il circo mediatico aveva un accesso a dir poco capillare al teatro di guerra e chiunque avesse una tv poteva seguire la battaglia in tempo reale.

Le scie verdi dei traccianti riprese all’infrarosso illuminavano le notti di Bagdad e i teleschermi di tutto il mondo. I primi goffi bombardieri stealth solcavano i cieli del Golfo Persico sganciando bombe intelligenti, ultimo miracolo tecnologico dell’Occidente. I TG trasmettevano video di prigionieri di guerra col viso tumefatto che prendevano le distanze dalla politica della coalizione. Il pathos esasperante di Emilio Fede, in diretta dalla redazione di Studio Aperto (il primo telegiornale nella storia delle reti Mediaset), inondava i salotti dello stivale, e l’Italia tutta stava col fiato sospeso per il destino di Bellini e Cocciolone, abbattuti col loro elegante Tornado beige e catturati dalle forze irachene.
Intanto le infografiche delle riviste descrivevano dettagliatamente l’equipaggiamento NBC dei militari nostrani: maschere antigas e completino di plastica color cachi.
Protetti dai nervini di Saddam, sarebbero morti di caldo nel giro di 60 minuti.
E subito l’Italia rispondeva unanime, allora come oggi, prendendo d’assalto i supermercati per fare scorta di derrate alimentari (sono del 1991 le prime scene che ricordo di scaffali vuoti nel reparto alimentari) perché non si sa mai che un missile iracheno, tenuto insieme col duct tape, non fosse riuscito a volare per migliaia di chilometri fino a noi.

Tutte immagini che diventeranno indelebili. Era lo spettacolo della guerra, baby! E veniva messo in scena su uno sfondo di deserto in fiamme, dominato da volute di fumo tanto nere e dense da sembrare solide.

Kuwait: a Desert on Fire | Sebastião Salgado

“Mai prima o dopo ho assistito a un disastro innaturale su tale scala”

Sebastião Salgado

Quell’inferno in terra era il lascito della ritirata dell’esercito iracheno, che arretrando incendiava i pozzi petroliferi. Sebastião Salgado (di cui abbiamo già parlato qui e qui) ce lo racconta col suo lavoro Kuwait: A Desert On Fire.

Quando c’è stata la prima guerra del Golfo molti fotografi si occupavano di seguire il conflitto nel quale, a dire il vero, non c’erano molti combattimenti. A me interessava altro. Ero rimasto colpito dalle immagini dei pozzi di petrolio incendiati da Saddam Hussein durante la ritirata dal Kuwait. […] Proposi al New York Times di aspettare la fine del conflitto e andare in Kuwait accompagnando le squadre di tecnici mandati per spegnere quei giganteschi incendi, oltre seicento pozzi di petrolio fuori controllo in mezzo al deserto. Allora si parlava già della più grande catastrofe naturale provocata dall’uomo.

[…] La mia storia non era la guerra, ma un’altra battaglia in corso. Volevo andare nel deserto tra quelle immense colonne di fumo e raccontare come un manipolo di uomini tentava di fermare quella catastrofe scatenata da Saddam Hussein.

[…] Ogni mattina salivo in macchina per andare verso il fuoco.

A quaranta chilometri da Kuwait City c’era la distesa di pozzi di petrolio in fiamme. Era uno scenario impressionante. Il cielo era nero, faceva buio anche di giorno. A terra, catrame ovunque. Era difficile capire dov’erano le strade, in quale direzione procedere. Erano scomparse le poche tracce d’umanità nel paesaggio. All’epoca non c’era il Gps, dovevo muovermi guardando la bussola.

[…] Dopo una settimana incominciavo ad orientarmi.
Un amico fotografo che era stato qualche giorno con me aveva lasciato in macchina una cassetta con un’unica canzone ripetuta dodici volte, I just call to say I love you di Stevie Wonder. […] Cominciai a sentirla in continuazione anche io mentre guidavo con prudenza sotto al cielo nero.

[…] Ho incontrato un soldato a terra, mummificato, uccelli che non potevano più volare a causa del catrame sulle ali, cammelli moribondi: sono gli animali più resistenti nel deserto ma avevano incamerato greggio nelle sacche dove di solito raccolgono acqua.

Un giorno ho seguito un muro arrivando fino a un grande portone. Ho sfondato l’ingresso con il mio fuoristrada. Mi sono trovato all’interno di quella che un tempo era la residenza della famiglia reale.
Doveva essere stato un paradiso. Nella corte del palazzo vagavano cavalli purosangue abbandonati, magrissimi, senza più cibo, costretti a mangiare foglie incatramate. Avevo allertato alcune associazioni su questi animali abbandonati. Erano venuti dei veterinari. Avevano fatto i test del sangue: i cavalli erano tutti malati di leucemia. Sono stati tutti abbattuti.

Alla fine sono rimasto in questo inferno una quarantina di giorni, ascoltando sempre la canzone di Stevie Wonder. Era diventata un’ossessione.

L’operazione per spegnere tutti i pozzi si chiamava Operation Desert Hell.
Ho visto tante catastrofi naturali ma in questo caso c’era una forma di spettacolo. Uno spettacolo terrificante ma anche affascinante. Colonne di fumo e in mezzo un fascio di luce.
Sembrava di stare in un teatro a grandezza naturale. Lo spettacolo dell’Apocalisse.

Sebastião Salgado

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Dal 2009 si divide tra fotografia di matrimonio e documentaria. Come documentarista ha pubblicato su National Geographic Italia, L'Espresso e riviste minori. Come matrimonialista ha avuto l’opportunità di lavorare in Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera e Bermuda. http://www.francescorossifotografo.it/