#LiberArtiCLAN | Censurata Costantinopoli

#LiberArtiCLAN | Parliamo di Censura

Alla fine del 2016 viene contestata, censurata ed infine rimossa la monumentale opera
Kostantiniyye (Costantinopoli) realizzata dall’artista curdo-turco Ahmet Gunestekin. L’installazione, già esposta a Venezia nel 2015, nell’ambito degli eventi collaterali della Biennale, viene posizionata di fronte ad un noto centro commerciale nel quartiere di Atakoy; inaugurata il 22 dicembre è, a distanza di due giorni, coperta da plastiche nere dalla municipalità metropolitana perché considerata provocatoria.

L’opera

Si tratta di un’opera monumentale. Kostantiniyye è una grande scultura di lettere che assemblate su tre registri sovrapposti compongono l’antico nome della città turca. Ciascuna lettera poi conserva al suo interno specchi, sagome di antichi luoghi di culto e simboli religiosi che in un fitto ordito metallico in rilievo celano i nomi che la città ha assunto fin dalla sua fondazione. Gunestekin riassume così, in tredici lettere, la storia e l’identità di una metropoli sorta a cavallo di uno stretto, tra due continenti, densa di storia e contraddizioni. Bisanzio, poi Nuova Roma e Costantinopoli: il nome della città divenne Istanbul nel 1928 per volere di Ataturk come conseguenza di una riforma linguistica del periodo più nazionalista.
Quale pericolo possa rappresentare un’opera d’arte e quali minacce possa mettere in campo sono interrogativi che ci accompagnano continuamente. Sottrarre un’opera allo sguardo, rimuoverla in quanto ritenuta scandalosa, inappropriata e offensiva è prassi frequente e riguarda le ragioni più disparate. Intolleranza, fanatismo, estremismi radicali sono sempre lo sfondo dell’azione di censura che mette in chiaro situazioni rivelatrici di fratture sociali, ideologiche e morali. Come in questo caso.

La protesta

E proprio oggi, quando il tema della convivenza pacifica, civile e interculturale sta diventando sempre di più impopolare, un’opera d’arte del genere ha suscitato una reazione spropositata: fin dalla sua posa in opera l’installazione infatti è stata accerchiata da gruppi di protesta incoraggiati nel dissenso e seguiti dai media locali. Tra i più accaniti oppositori Alper Tan, direttore di Channel A, che ha twittato: “che senso ha scrivere a grandi lettere il nome antico di Istanbul in un momento storico così sensibile?“, senza dubbio riferendosi al
turbinoso passato della città. Non sono poi mancati, secondo i rotocalchi locali, insulti e minacce all’artista, che non ha ricevuto – almeno in Turchia – nessun gesto di solidarietà da parte del pubblico e, cosa ancora più grave, nemmeno da parte degli addetti ai lavori. “È tragicomico che la gente mi accusi di non rispettare la storia non avendo idea di quanto sia stata ricca la nostra storia”, ha dichiarato Gunestekin.

Fare un monumento al nome di Costantinopoli è stato visto come un affronto e una provocazione inaccettabili. È chiaro che l’intento dell’artista non fosse quello di rivendicarne l’attualità quanto piuttosto quello di richiamare la memoria storica e sintetizzare la stratificata nomenclatura della città utilizzando il passato come una lente d’ingrandimento volta ad una visone più consapevole sul presente. La rimozione, in questo caso, anche se sollecitata da un gruppo di opinione, potremmo dire che rifletta il clima di intimidazione e repressione che nella Turchia si è affermato con gli orientamenti politici dell’allora attuale
governo. Se la storia si rivela nella continuità dell’arte, la sua importanza è il suo svolgersi in una connessione di epoche e stili di cui non possiamo cancellarne il racconto. Negare e distruggere il passato equivale infatti a rifiutare l’immagine di noi stessi.

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